
L’intervento di INTERSOS Lab in supporto ai rifugiati dall’Ucraina
Sep 07, 2022In seguito all’emergenza ucraina, che ha visto l’arrivo in tutt’Europa di milioni di migranti in fuga dal Paese in guerra, INTERSOS Lab – come polo territoriale di INTERSOS – è stato chiamato ad intervenire in supporto ai nuclei familiari ospiti presso Villa Monte Mario, un ostello gestito dalle Suore Carmelitane sito nel nord di Roma.
Cristina Ialongo, psicologa e case manager del centro, ci racconta l’intervento, tra difficoltà operative e importanti successi.
“L’intervento presso Villa Monte Mario, tutt’ora in corso, ha avuto inizio ad aprile ed è volto principalmente a effettuare un’analisi dei bisogni degli ospiti dell’ostello per capire, insieme alle realtà socio-sanitarie del territorio, come poter più efficacemente rispondere alle questioni che emergono.
Attualmente sono ospiti della struttura 47 persone e 20 nuclei, in prevalenza composti da persone non udenti. Si tratta principalmente di nuclei familiari interi, molti con minori, tranne nel caso delle persone udenti, i cui nuclei sono composti da donne sole con bambini, come sta succedendo anche negli altri luoghi dell’accoglienza sul territorio nazionale che ospitano rifugiati in arrivo dall’Ucraina.
Le esigenze emerse – o che noi aiutiamo a far emergere – variano tra bisogni di salute, bisogni sociali ma anche il bisogno di un’accoglienza e di un orientamento sul territorio.
Uno dei bisogni maggiormente riscontrati attiene, come comprensibile, agli aspetti di precarietà economica che la migrazione spesso porta con sé. In merito a ciò, INTERSOS Lab sta agendo per supportare gli utenti da una parte nella richiesta dei contributi garantiti dalla Regione per favorirne i processi di autonomia, e dall’altra nel percorso di inserimento lavorativo attraverso lo sportello di Orientamento al Lavoro del centro. Questo è sicuramente ostacolato dalla scarsa conoscenza della lingua italiana e dalla difficoltà che spesso le persone migranti incontrano, specialmente in una fase iniziale di arrivo sul territorio ospitante, nello studio di una lingua straniera – sia come meccanismo di difesa, sia per le difficoltà cognitive di persone adulte di approcciarsi allo studio di una nuova lingua –, anche considerando le condizioni socio-abitative e mentali non lievi per loro da sostenere.
Considerando l’importante numero di ospiti non udenti, la difficoltà comunicativa è sicuramente una delle più rilevanti che stiamo incontrando in questo tipo di intervento. Questa ha a che fare non solo con la barriera linguistica che spesso si riscontra nella relazione con persone migranti, ma anche con un’ulteriore problematica, per la quale è necessario ricorrere a una doppia mediazione: quella linguistico-culturale e quella di lingua dei segni. In questo senso, la difficoltà risiede sia nell’intercettare queste figure sia nella vera e propria conduzione dei colloqui, singoli o di gruppo, caratterizzati da ostacoli notevoli.
È importante sottolineare, inoltre, che in questo tipo di migrazione, come in molte altre, le donne hanno da pagare un prezzo molto alto, che ha a che fare con il ritrovarsi sole nell’accudimento dei figli, nell’aver affrontato il viaggio e nel dover familiarizzare con un territorio che a volte vivono come ostile, nonostante la grande attivazione che c’è stata intorno all’ospitalità delle persone in fuga dall’Ucraina. In questo senso, il lavoro da fare sul femminile, sulla maternità e sulle donne, va sempre attenzionato con dei contenuti specifici.
Un episodio particolarmente significativo di questo intervento – che ben descrive anche il lavoro di rete che si sta implementando tra la nostra ONG e i servizi locali di area socio-sanitaria –, è il caso di una giovane donna, madre di una bambina di due anni, la quale ha dovuto sottoporre la figlia alla vaccinazione per la varicella, necessaria per poterla iscrivere all’asilo nido.
Di fronte alle preoccupazioni della madre, il medico della ASL ha cercato di rassicurare la donna rispetto all’efficacia e alla sicurezza del vaccino, ma durante il colloquio è emerso che la resistenza della donna non attenesse tanto al farmaco, quanto piuttosto alla sua sfiducia rispetto alla possibilità di potersi affidare a un sistema sanitario altro e sconosciuto, una metafora del non essere a casa propria. Il colloquio insieme al medico, allora, è stato condotto anche su un binario che parlasse di altro, che andasse oltre la difficoltà di sottoporre la bambina al vaccino per comprendere i sottostanti aspetti di paura che hanno a che fare con le tante paure che le persone che scappano da Paesi in guerra devono affrontare anche in situazioni che possono sembrare semplici e quotidiane.
Questo è davvero un buon esempio di riuscito lavoro congiunto tra operatori che, sebbene di aree diverse, fanno un lavoro di rete per perseguire degli interventi efficaci e rispettosi della diversità di cui l’altro è sempre portatore.”