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IL CASO DI SAMAN

Apr 27, 2023

Se sei un professionista della salute mentale, o se lavori in contesti socio educativi con la popolazione migrante ti sarà sicuramente capitato di sentire una presa minore su alcuni casi complessi che necessitavano di supporto, ma risultavano sfuggenti. 

Ti sarà capitato di riscontrare di rifiuti a proposte di soluzioni senza comprenderne le ragioni, o riscontrare l’abbandono della presa in carico. 

La medicina convenzionale o la psicoterapia sono universali? 

IL CASO DI SAMAN

Un giorno ci viene chiesto un intervento per un bambino di circa 6 anni proveniente dallo Sri Lanka, si chiama Saman ed è affetto da un disturbo dello sviluppo molto grave. L'equipe assegnata al caso lavora con la famiglia, composta dai genitori e da una sorella di circa 10 anni, senza riuscire a contribuire in maniera decisiva al miglioramento delle condizioni di vita del minore che, di fatto, non ha la 104 e quindi nessuna assistenza a scuola. Nonostante i numerosi interventi proposti non riesce a fare nessuno dei progressi possibili. L’assistente sociale referente del caso ci dice che è molto difficile parlare con questa famiglia, anche per via della barriera linguistica e dell’assenza di mediazione nel loro servizio; afferma che i genitori “non aderiscono” al percorso pensato per il figlio. I genitori sono molto impegnati nel lavoro, dimensione chiave del loro progetto migratorio.

La sorella di Saman frequenta una scuola privata inglese molto costosa e rigorosa, cosa che innervosisce l'equipe curante, viste le condizione economiche sempre precarie della famiglia, a fronte delle quali non vengono sostenute spese importanti per le terapie di Saman. 

Il nostro coinvolgimento viene richiesto al fine di facilitare la comunicazione con la famiglia, attraverso l’inserimento di una mediatrice culturale. Durante il colloquio conoscitivo appare evidente che il problema di comunicazione non attiene solo l'esterno ma attraversa profondamente tutto il nucleo familiare. Saman non parla, perché non può pronunciare suoni e a lui, di conseguenza, non viene rivolta parola; le interazioni con i genitori vengono mediate principalmente dalla sorella che non conosce l'italiano ma si rivolge al bambino in inglese, perchè in casa non si parla il cingalese. Sembra dunque non esistere un “linguaggio comune”. Anche le interazioni con la mediatrice, seppur ben accolta, appaiono nette e censurate. 

La donna, gentile nei modi, rimane rigida sulla sedia e nello sguardo, non sembra disponibile ad usare troppe parole, è sbrigativa e chiede di andare via dopo mezz’ora dall'inizio del colloquio. Afferma di sapere che Saman è malato ma anche che non potrà guarire mai, perchè quello è il suo destino e il loro compito di genitori è di accettarlo e rispettarlo. 

La mediatrice ci spiegherà poi che in quanto buddisti, credono nella reincarnazione: Saman ha fatto qualcosa di molto grave nella vita precedente per cui ora tocca in sorte a lui (e a loro) questa condizione. [...]

Se desideri acquisire un panorama teorico sulle soluzioni di intervento etno-psicologiche necessarie a chi opera nel campo della salute mentale con persone straniere leggi la scheda del Corso Intensivo di Psicologia transculturale.